Sulle Poesie di Dante Falcioni (1916-1985)


Introduzione

Il Manoscritto

La Prima Edizione

Intervista a Uber Baldassarri

Intervista al Fratello Viscardo


Introduzione

Pochi mesi dopo aver completato la sua opera, Dante, mio padre, mi aveva messo al corrente che aveva scritto delle poesie, ma era stato cosi modesto nel modo di presentarle che non potevo certo immaginare tutto quello che poi sarebbe accaduto.

Anche lui, come me e come tutti quelli che le hanno lette, preferiva tra tutte “Il Peccato Originale” sia per l’ispirazione che aveva "sentito" e sia per i contenuti e per quei tratti “lirici”, come li ha definiti il Prof. Lisotti, sulla descrizione del Paradiso Terrestre.

Ricordo il giorno della sua morte come un sogno che non si dimentica: era Domenica e io ero all'aeroporto di Fiumicino in partenza per uno dei miei soliti turni di volo; c’erano dei ritardi e così decisi, mentre aspettavo, di fargli una telefonata. La sua salute era precaria da tempo, ma sembrava tutto sotto controllo e ci si era convinti che bastasse prendere con regolarita’ le medicine prescritte per scongiurare crisi ulteriori. Non ero, quindi, particolarmente preoccupato, ma da tempo ormai avevo preso l’abitudine di telefonargli di tanto in tanto, giusto per dargli il conforto di sentire che tutto era a posto.

Erano circa le cinque del pomeriggio e mi disse che la sera sarebbe uscito per andare a mangiare una pizza con I soliti amici e insieme alla Mafalda, mia madre, al ristorante Elvezia: giusto due passi da casa. Stava “bene” ed era stato molto contento di sapere che di li a poco sarei decollato al commando di un DC-9 da Fiumicino per volare sui cieli d’Italia: lui era molto orgoglioso per la carriere che avevo fatto e non risciva a nascondere, quando ci vedevamo, l'ammirazione e la stima che aveva per me.

Piu tardi, quando verso le dieci di sera sono atterrato a Palermo Punta Raisi dove finivo il mio turno di volo, sono stato contattato dal Capo Scalo, un vecchio e caro amico, che ha avuto l’onere di darmi la brutta notizia che mio padre era morto. Non riuscivo a pensare che solo dopo poche ore dall’averlo sentito in buone condizioni, fosse potuto mancare cosi all’improvviso. Ricordo che ho pensato ad un errore di persona e non ci ho creduto fino a quando non ho avuto la conferma, di li a poco, che purtroppo era vero.

La mancanza e' stata piuttosto dura per me. Dopo dieci anni di infarti, ricoveri, cure e falsi allarmi si pensa di essere pronti all’evento inevitabile, ma non e' stato cosi per me.

Mio padre era stato severo e brontolone negli anni della scuola e io lo avevo temuto costantemente al punto di evitare di incontrarlo per non dover subire la sgridata del momento. Ma mi era diventato simpatico e affascinante quando, in una visia a Roma, si era aperto con me e mi aveva confidato molti lati sconosciuti della sua vita. Avevo riscoperto l‘uomo, e il nostro rapporto, diventato ormai paritetico e non piu’ condizionato dalla parentela, era caratterizzato da sincerita’ e complicita’.

Passavo con lui lunghi momenti chiacchierando delle cose della vita e del nostro modo di pensare e, di volta in volta, sempre di piu’, scoprivo una identità di vedute e di pensiero, dalla politica alla religione, dal comportamento umano al modo di relazionarsi con le cose e con le persone che non avevo mai immaginato e, sopratutto, sperato.

Era una persona straordinaria e ora posso affermare di non avere mai incontarto un individuo che possa solo lontanamente essergli paragonato. Era anche pieno di difetti e a volte sapeva diventare insopportabile sia per mia madre, che per gli altri, come pochi sanno fare. Nevrotico e probabilmente anche psicotico, era cocciuto e testardo, non accettava compromessi  e non esitava a entrare in conflitto con chi gli sbarrava la strada o, piu' semplicemente, non condivideva il suo pensiero.

Mia madre non ne poteva piu’ e, come succede quasi sempre, la lunga e assidua frequentazione faceva si che le sue “doti” non compensavano i “difetti” per cui il loro rapporto era diventato un litigio continuo. Solo io, quando riuscivo a stare a Pesaro, potevo intervenire a riappacificarli e a placare la sua irruenza perché avendolo “scoperto” da poco gli perdonavo tutto e riuscivo a manifestagli tutto il mio affetto e a farlo stare contento.

Il Manoscritto  

Dopo la sua morte e il trambusto conseguente il manoscritto delle poesie andò come dimenticato. Mia madre, che considerava le poesie sconce, aveva nascosto il quaderno e poi se ne era dimenticata.

Quando dopo dieci anni un bel giorno le ho chiesto dove l’avesse messo, ricordo che sembrava cadere dalle nuvole e che addirittura facesse finta di non ricordarsi per non dover tirare fuori quella “robbaccia”. Ho anche avuto un brivido di terrore al pensiero che le avesse distrutte. Per fortuna, rovistando nel fondo dei cassetti di vecchi mobili della soffitta, abbiamo ritrovato il manoscritto intatto e uguale a come me lo ricordavo: un quadernone a quadretti piccoli con la copertina verdastra a disegni astratti.

Il lavoro da me svolto per ordinare e pubblicare tutto il materiale non e’ stato facile. La calligrafia di Dante era sempre stata nervosa e sbrigativa, con l’eta’ e le malattie poi  era ancora piu’ impenetrabile. Poi era la prima volta che avevo a che fare con un lavoro del genere. Anni addietro avevo ricevuto in regalo un libro di poesie di Pasqualon ed avevo avuto non poche difficolta' a leggere fluentemente il dialetto pesarese. Avevo scoperto che una cosa e’ parlarlo ma altro e’ leggerlo e in aggiunta in versi.

Poi c’era un particolare che in un primo momento non avevo capito. Lui aveva usato il dialetto di Pantano, cioe’ dell’interno del pesarese, quello che sente l’influenza delle campagne, mentre io ero cresciuto al Porto e, come ora, conosco solo quello. Quindi tutte le “t” (come in truveta = trovata) al posto delle “d” (truveda) inizialmente mi erano sembrate degli errori. Un rapido confronto con il “classico” di Pasqualon mi ha invece convinto che non solo erano corrette, ma anche altre imprecisioni erano invece dovute principalmente alle mie lacune.

La Prima Edizione

Fu cosi che con l’ausilio del computer sono riuscito a dare una veste tipografica decorosa e a distribuire, a pochi intimi, il frutto del lavoro svolto.

Per togliermi ogni dubbio circa il valore delle poesie mi sono rivolto ad uno dei massimi esperti di vernacolo pesarese, il Prof. Lisotti che, molto gentilmente, ha dato il suo parere e, come gia' accennato in precedenza, attribuisce specie al “Peccato Originale” un posto in prima fila tra le varie opere degli altri autori.

Sia per il contenuto, diciamo, “scollacciato”, che per un mancato espresso desiderio dell’autore di vedere pubblicato il suo lavoro, mi sono limitato a proporre edizioni private ed in numero di copie limitato. Ma ogni volta che se ne riparla c’è sempre qualcuno che propone di renderle pubbliche e di “fare qualcosa” per non lasciare tutto cosi, al punto che sono sempre stato stimolato a proporre una seconda edizione.

Lo spunto e l’occasione sono arrivati quest’estate a Pesaro.  Un incontro fortuito e inatteso con Uber Baldassarri, vecchio amico d’infanzia di Dante, ha dato l’occasione di indagare sulla sua vita da adolescente che ha portato alla scoperta di aspetti inediti e sorprendenti della sua intelligenza e della sua personalita’.

Intervista a Uber Baldassarri

Uber Baldassarri e' uno dei personaggi piu' significativi di Pesaro. Conosciuto da tutti i Pesaresi D.O.C. recentemente si e' posto alla ribalta della cronaca locale per avere scoperto e restaurato dei cunicoli che corrono circa sette metri sotto il piano stradale delle vecchie propietà della nobile famiglia Ciacchi. Dall'omonima piazza andando verso Via Branca questi cunicoli, che erano stati predisposti per proteggere la famiglia da aventuali attacchi, sono ora visitabili grazie al lavoro e all'impegno di Uber.

Di un anno più giovane di Dante, Uber insieme a Carlino Cangiotti e Gualtiero Federici hanno formato un quartetto che per molti anni è stato indivisibile e ha cementato un'amicizia incancellabile che vale la pena di essere raccontata.

Come ci racconta Uber, si era verso il 1928. I quattro hanno appena 10 o 11 anni e cominciano a frequentarsi più assiduamente dopo le ore trascorse presso l'oratorio dei Frati Capuccini dell'omonima parrocchia di Pantano. Tutti figli di operai i ragazzi cominciano a godere di alcune libertà e possono stare fuori di casa fino al tramonto. La loro passione più grande è quella di andare dietro alle ragazzine e cercare di fare conoscenza. Dante è il capo del gruppo, infatti mostra una capacità di "aggancio" straordinaria: sa tirare fuori frasi e battute che risultano infallibili e l'approccio è ogni volta un successo. Questo fa di lui l'elemento chiave e indispensabile e il gruppo non esita ad affidargli la "leadersheep".

Ricorda Uber che a volte Dante era davvero sfrontato con le ragazze. In altre parole, quando si decideva a partire all'attacco, tirava fuori delle frasi o delle battute "pesanti" con riferimenti espliciti, anche alle parti intime, che avrebbero scandalizzato chiunque e fatto naufragare qualsiasi tentativo di avvicinamento, ma lui era cosi abile nell'infiocchettare il tutto in forme verbali spiritose e intelligenti che le ragazze, anche se stupite di tanto ardimento, non scappavano ma rimanevano incuriosite e accettavano l'approccio e il dialogo. Dati i tempi, è facile pensare che la conoscenza si limitasse a fare poi due passi insieme ed eventualmente a rivedersi e fare amicizia e più raramente a intrcciare vere e proprie relazioni affettive. In quell'epoca era così che si faceva amicizia da cui poi poteva scaturire qualcosa di serio se ci fossero stati i presupposti. Uber stesso racconta, con una punta di commovente nostalgia, che ha conosciuto la moglie in una di queste scorribande per il mare a caccia di ragazze. Lui era stato il primo a notare la piu' carina nel gruppo e a sollecitare Dante a partire all'attacco, salvo poi rivendicare i diritti di corteggiare quella che lui aveva notato tra le altre. L'assiduo e insistente corteggiamento si e' concluso poi con il matrimonio.

Durante l'estate, quando le scorribande sono più lunghe e frequenti al gruppo si aggiunge un altro elemento forestiero. E' il figlio dell'autista del Conte Albani che viene a trascorrere le vacanze col padre. La sua presenza e' costante e il quinto elemento si amalgama perfettamente tanto che tutti se lo ricordano come una presenza costante.

La "banda dei cinque" ha continuato assiduamente per quasi dieci anni durante i quali niente è riuscito a dividerli. Il Fascismo, sopraggiunto durante i primi anni della loro solidale unione, non li ha scalfiti. I genitori erano tutti poco propensi a seguire l'andazzo generale di consenso e partecipazione. Volturno, il padre di Dante, addirittura era Socialista e portava la Berretta sulle ventitré  come segno di dissenso e si racconta che una volta per poco non viene alle mani con un giovane Avanguardista che l'aveva apostrofato dandogli del "sovversivo". Quando il sabato mattina i figli erano costretti ad andare alle celebrazioni del famigerato "Sabato Fascista" Volturno se ne stava a casa imbronciato e rattristato di dover sopportare questa imposizione e si limitava a dimostrare tutto il suo dissenso ordinando ogni volta ai figli: « toglietevi quella roba di dosso!» al loro rientro a casa e riferendosi alle divise di Balilla che Dante e il fratello Viscardo indossavano senza sapere realmente cosa significassero.

Quando erano diventati piu' grandicelli e avevano cominciato a capire, nessuno di loro ha cambiato opinione e il Sabato sapevano ogni volta trovare una scusa plausibile per non essere in mezzo ai consenzienti.

Con l'avvento della guerra, nel 1940, i quattro sono costretti a dividersi. Sono in età da servizio militare e non possono sottrarsi al loro ruolo di difensori della Patria in guerra. Ognuno di loro partecipa alle diverse "Campagne", chi in Africa, chi in Albania o sul fronte Russo. Solo Dante, non si sa grazie a quali magheggi, riesce ad imboscarsi al Distretto Militare di Pesaro.

Il rientro dalle disastrose vicende belliche è ricordato da Uber con un atteggiamento di sconforto e di tristezza. Il parlare della sua Pesaro attraverso gli episodi dell'infanzia e delle scorribande con gli amici l'aveva fatto tornare a ricordi piacevoli e spensierati.

Ma l'epoca sucessiva all'8 Settembre 1943, giorno dell'Armistizio, risveglia momenti terribili nella mente di Uber. Orrore, distruzione e miseria, ma soprattutto l'atmosfera dei sospetti e delle epurazioni, la paura di essere tra quelli braccati per avere solo fatto la guerra gli tornano alla mente come momenti vissuti con eccessiva sofferenza che niente riuscira' a cancellare. Un breve ma intenso momento di commozione strozza le parole in gola e Uber che non riesce ad andare avanti con i suoi racconti.

Solo il riferimento al fatto che tutti e quattro sono pero' sopravvissuti, fa tornare la serenita' negli occhi di Uber che riesce a scacciare i brutti ricordi e ad andare alle vicende dal dopoguerra in poi che riguardano la vita che ognuno di loro ha intappreso mettendo su famiglia, lavorando e dandosi da fare per tirare avanti.

Di Dante, Uber ricorda quasi tutto perche' l'amicizia non si e' alterata. Solo la frequentazione non e' assidua e gli impegni quotidiani li tengono lontani, ma anche se si incontrano sporadicamente e' come se non si fossero mai lasciati.

Ed è così che si ricorda che Dante, in fondo, non era mai cambiato e quella sua esuberanza verbale che lo aiutava ad agganciare le ragazze, da adulto si era avoluta in una esuberanza sessuale che lo rendeva come insaziabile e sempre alla ricerca di relazioni e trasgressioni che hanno segnato tutta la sua esistenza.

Intervista al Fratello Viscardo

Sollecitato da Uber.... quando Dante aveva due anni. La famiglia veniva da Fano. Volturno aveva sposato la Ines perche' era rimasta vedova del fratello maggiore di Volturno, morto in battaglia. Allora si usava cosi!

Da ragazzino Volturno aveva cominciatao a lavorare al Molino venendo da Fano ogni mattina a piedi. In ogni stagione e con qualsiasi tempo. A distanza di anni era diventato Vice Capo e poteva permettersi il "lusso" di abitare in una casa decorosa e di assecondare i desideri delle moglie di far studiare i figli fino alle scuole superiori.  Pantano a quell'epoca era una zona periferica non del tutto bonificata. Ma la parte della starda dove abitavano loro era considerata meno povera dell'altra estremita' dove c'erano gli operai semplici e quindi piu' poveri.

Nelle sere d'estate era usanza starsene fuori dall'uscio di casa, seduti sulle panche o sulle sedie, a ristorarsi un po' col fresco della sera. La gente, si sa come fa, una parola tira l'altra e ci si mette a chiacchierare e ogni sera quel tratto di strada diventava un "salotto" di conversazione.

Dante aveva circa sette anni quando ha cominciato a inserirsi nel bel mezzo di quelle chiacchierate, magari approfittando di una pausa silenziosa, raccontando delle storie fantastiche, inventate sul momento, incantando tutti gli astanti.

"In un mondo lontano lontano lontano lontano……. c'era un  elefante grande grande grande grande ……… con un testa piccola piccola piccola ……. con delle gambe lunghe lunghe lunghe ……"

Ecco come esordiva. E poi continuava e per momenti interminabili affascinava il suo pubblico che rimaneva estasiato ad ascoltare questo ragazzino dalla cui fantasia uscivano immagini fantastiche e surreali che fanno pensare ai quadri di Salvator Dali.

Il Conte Albani aveva la passione della Liturgia Ecclesiastica. Ogni Domenica faceva venure il parroco della Chiesa di S. Cassiano, che era il Vicario del Vescovo, a dire Messa nella Cappella privata della tenuta del Miralfiore.

La Messa era celebrata con rito Ambrosiano, con l'altare rivolto verso il pubblico come si fa oggi, e il Celebrante era circondato da uno stuolo di chierichetti in perfetta tenuta. Viscardo, che era il piu' grande era il Presbiterium, cioe' il capo di tutti chierichetti che erano distinguibili, dal colore della stola, a quale categoria appartenessero. Dante, grazie alla sua voce canora e intonata, era il capo dei Cantores. La Messa  era cantata e i canti erano in Latino e in Greco. I ragazzi imparavano a cantare andando a scuola dai Frati Capuccini. In poche parole si trattava di una vita ricchissima di stimoli culturali e di educazione straordinariamente articolata.

Presso l'oratorio inoltre si faceva del teatro. Farse, commedie e recite di vario genere erano rapresentate quasi regolarmente. I ragazzi venivano istruiti dai frati e il pubblico era rappresentato dai parocchaini. Viscardo racconta che in una circostanza a Dante, ovviamente abile anche nel recitare, fu affidata la parte di protagonista nella commedia -------------- . Il successo fu strepitoso. La commedia fu replicata decine di volte e agli abitanti di Pantano si erano aggiunti anche quelli delle delle parrocchie vicine e anche quelli dell'intera citta'.

Dante era diventato il beniamino del pubblico e la gente lo riconosceva per strada e lo indicava col nome del protagonista della commedia.  

(Non poso trattenermi dall'avere un senso di rabbia se penso ai giorni attuali e alla televisione, che invece di moltiplicare le occasioni di crescita dei ragazzi li rincretinisce con le idiozie intervallate dalla pubblicita'.)

INTERVISTA ALLE SORELLE MARIA E FRANCESCA

INTERVISTA A CATERVO CANGIOTTI

INTERVISTA AL GENERALE BALDELLI