Pochi mesi dopo
aver completato la sua opera, Dante, mio padre, mi aveva messo al corrente che
aveva scritto delle poesie, ma era stato cosi modesto nel modo di presentarle
che non potevo certo immaginare tutto quello che poi sarebbe accaduto.
Anche lui, come me
e come tutti quelli che le hanno lette, preferiva tra tutte “Il Peccato
Originale” sia per l’ispirazione che aveva "sentito" e sia per i contenuti e per
quei tratti “lirici”, come li ha definiti il Prof. Lisotti, sulla descrizione
del Paradiso Terrestre.
Ricordo il giorno
della sua morte come un sogno che non si dimentica: era Domenica e io ero
all'aeroporto di Fiumicino in partenza per uno dei miei soliti turni di volo;
c’erano dei ritardi e così decisi, mentre aspettavo, di fargli una telefonata.
La sua salute era precaria da tempo, ma sembrava tutto sotto controllo e ci si
era convinti che bastasse prendere con regolarita’ le medicine prescritte per
scongiurare crisi ulteriori. Non ero, quindi, particolarmente preoccupato, ma da
tempo ormai avevo preso l’abitudine di telefonargli di tanto in tanto, giusto
per dargli il conforto di sentire che tutto era a posto.
Erano circa le
cinque del pomeriggio e mi disse che la sera sarebbe uscito per andare a
mangiare una pizza con I soliti amici e insieme alla Mafalda, mia madre, al
ristorante Elvezia: giusto due passi da casa. Stava “bene” ed era stato molto
contento di sapere che di li a poco sarei decollato al commando di un DC-9 da
Fiumicino per volare sui cieli d’Italia: lui era molto orgoglioso per la
carriere che avevo fatto e non risciva a nascondere, quando ci vedevamo,
l'ammirazione e la stima che aveva per me.
Piu tardi, quando
verso le dieci di sera sono atterrato a Palermo Punta Raisi dove finivo il mio
turno di volo, sono stato contattato dal Capo Scalo, un vecchio e caro amico,
che ha avuto l’onere di darmi la brutta notizia che mio padre era morto. Non
riuscivo a pensare che solo dopo poche ore dall’averlo sentito in buone
condizioni, fosse potuto mancare cosi all’improvviso. Ricordo che ho pensato ad
un errore di persona e non ci ho creduto fino a quando non ho avuto la conferma,
di li a poco, che purtroppo era vero.
La mancanza e'
stata piuttosto dura per me. Dopo dieci anni di infarti, ricoveri, cure e falsi
allarmi si pensa di essere pronti all’evento inevitabile, ma non e' stato cosi
per me.
Mio padre era
stato severo e brontolone negli anni della scuola e io lo avevo temuto
costantemente al punto di evitare di incontrarlo per non dover subire la
sgridata del momento. Ma mi era diventato simpatico e affascinante quando, in
una visia a Roma, si era aperto con me e mi aveva confidato molti lati
sconosciuti della sua vita. Avevo riscoperto l‘uomo, e il nostro rapporto,
diventato ormai paritetico e non piu’ condizionato dalla parentela, era
caratterizzato da sincerita’ e complicita’.
Passavo con lui
lunghi momenti chiacchierando delle cose della vita e del nostro modo di pensare
e, di volta in volta, sempre di piu’, scoprivo una identità di vedute e di
pensiero, dalla politica alla religione, dal comportamento umano al modo di
relazionarsi con le cose e con le persone che non avevo mai immaginato e,
sopratutto, sperato.
Era una persona
straordinaria e ora posso affermare di non avere mai incontarto un individuo che
possa solo lontanamente essergli paragonato. Era anche pieno di difetti e a
volte sapeva diventare insopportabile sia per mia madre, che per gli altri, come
pochi sanno fare. Nevrotico e probabilmente anche psicotico, era cocciuto e
testardo, non accettava compromessi
e non esitava a entrare in conflitto con chi gli sbarrava la strada o,
piu' semplicemente, non condivideva il suo pensiero.
Mia madre non ne
poteva piu’ e, come succede quasi sempre, la lunga e assidua frequentazione
faceva si che le sue “doti” non compensavano i “difetti” per cui il loro
rapporto era diventato un litigio continuo. Solo io, quando riuscivo a stare a
Pesaro, potevo intervenire a riappacificarli e a placare la sua irruenza perché
avendolo “scoperto” da poco gli perdonavo tutto e riuscivo a manifestagli tutto
il mio affetto e a farlo stare contento.
Dopo la sua
morte e il trambusto conseguente il manoscritto delle poesie andò come
dimenticato. Mia madre, che considerava le poesie sconce, aveva nascosto il
quaderno e poi se ne era dimenticata.
Quando dopo
dieci anni un bel giorno le ho chiesto dove l’avesse messo, ricordo che sembrava
cadere dalle nuvole e che addirittura facesse finta di non ricordarsi per non
dover tirare fuori quella “robbaccia”. Ho anche avuto un brivido di terrore al
pensiero che le avesse distrutte.
Il lavoro da me
svolto per ordinare e pubblicare tutto il materiale non e’ stato facile. La
calligrafia di Dante era sempre stata nervosa e sbrigativa, con l’eta’ e le
malattie poi era ancora piu’
impenetrabile. Poi era la prima volta che avevo a che fare con un lavoro del
genere. Anni addietro avevo ricevuto in regalo un libro di poesie di Pasqualon
ed avevo avuto non poche difficolta' a leggere fluentemente il dialetto
pesarese. Avevo scoperto che una cosa e’ parlarlo ma altro e’ leggerlo e in
aggiunta in versi.
Poi c’era un particolare che in un primo momento non avevo capito. Lui aveva usato il dialetto di Pantano, cioe’ dell’interno del pesarese, quello che sente l’influenza delle campagne, mentre io ero cresciuto al Porto e, come ora, conosco solo quello. Quindi tutte le “t” (come in truveta = trovata) al posto delle “d” (truveda) inizialmente mi erano sembrate degli errori. Un rapido confronto con il “classico” di Pasqualon mi ha invece convinto che non solo erano corrette, ma anche altre imprecisioni erano invece dovute principalmente alle mie lacune.
Fu cosi che con
l’ausilio del computer sono riuscito a dare una veste tipografica decorosa e a
distribuire, a pochi intimi, il frutto del lavoro svolto.
Per togliermi
ogni dubbio circa il valore delle poesie mi sono rivolto ad uno dei massimi
esperti di vernacolo pesarese, il Prof. Lisotti che, molto gentilmente, ha dato
il suo parere e, come gia' accennato in precedenza, attribuisce specie al
“Peccato Originale” un posto in prima fila tra le varie opere degli altri
autori.
Sia per il
contenuto, diciamo, “scollacciato”, che per un mancato espresso desiderio
dell’autore di vedere pubblicato il suo lavoro, mi sono limitato a proporre
edizioni private ed in numero di copie limitato.
Lo spunto e
l’occasione sono arrivati quest’estate a Pesaro.
Uber Baldassarri e' uno dei
personaggi piu' significativi di Pesaro. Conosciuto da tutti i Pesaresi D.O.C.
recentemente si e' posto alla ribalta della cronaca locale per avere scoperto e
restaurato dei cunicoli che corrono circa sette metri sotto il piano stradale
delle vecchie propietà della nobile famiglia Ciacchi. Dall'omonima piazza
andando verso Via Branca questi cunicoli, che erano stati predisposti per
proteggere la famiglia da aventuali attacchi, sono ora visitabili grazie al
lavoro e all'impegno di Uber.
Di un anno più giovane di Dante,
Uber insieme a Carlino Cangiotti e Gualtiero Federici hanno formato un quartetto
che per molti anni è stato indivisibile e ha cementato un'amicizia
incancellabile che vale la pena di essere raccontata.
Come ci racconta Uber, si era
verso il 1928. I quattro hanno appena 10 o 11 anni e cominciano a frequentarsi
più assiduamente dopo le ore trascorse presso l'oratorio dei Frati Capuccini
dell'omonima parrocchia di Pantano. Tutti figli di operai i ragazzi cominciano a
godere di alcune libertà e possono stare fuori di casa fino al tramonto. La loro
passione più grande è quella di andare dietro alle ragazzine e cercare di fare
conoscenza. Dante è il capo del gruppo, infatti mostra una capacità di
"aggancio" straordinaria: sa tirare fuori frasi e battute che risultano
infallibili e l'approccio è ogni volta un successo. Questo fa di lui l'elemento
chiave e indispensabile e il gruppo non esita ad affidargli la
"leadersheep".
Ricorda Uber che a volte Dante
era davvero sfrontato con le ragazze. In altre parole, quando si decideva a
partire all'attacco, tirava fuori delle frasi o delle battute "pesanti" con
riferimenti espliciti, anche alle parti intime, che avrebbero scandalizzato
chiunque e fatto naufragare qualsiasi tentativo di avvicinamento, ma lui era
cosi abile nell'infiocchettare il tutto in forme verbali spiritose e
intelligenti che le ragazze, anche se stupite di tanto ardimento, non scappavano
ma rimanevano incuriosite e accettavano l'approccio e il dialogo. Dati i tempi,
è facile pensare che la conoscenza si limitasse a fare poi due passi insieme ed
eventualmente a rivedersi e fare amicizia e più raramente a intrcciare vere e
proprie relazioni affettive. In quell'epoca era così che si faceva amicizia da
cui poi poteva scaturire qualcosa di serio se ci fossero stati i presupposti.
Uber stesso racconta, con una punta di commovente nostalgia, che ha conosciuto
la moglie in una di queste scorribande per il mare a caccia di ragazze. Lui era
stato il primo a notare la piu' carina nel gruppo e a sollecitare Dante a
partire all'attacco, salvo poi rivendicare i diritti di corteggiare quella che
lui aveva notato tra le altre. L'assiduo e insistente corteggiamento si e'
concluso poi con il matrimonio.
Durante l'estate, quando le
scorribande sono più lunghe e frequenti al gruppo si aggiunge un altro elemento
forestiero. E' il figlio dell'autista del Conte Albani che viene a trascorrere
le vacanze col padre. La sua presenza e' costante e il quinto elemento si
amalgama perfettamente tanto che tutti se lo ricordano come una presenza
costante.
La "banda dei cinque" ha
continuato assiduamente per quasi dieci anni durante i quali niente è riuscito a
dividerli. Il Fascismo, sopraggiunto durante i primi anni della loro solidale
unione, non li ha scalfiti. I genitori erano tutti poco propensi a seguire
l'andazzo generale di consenso e partecipazione. Volturno, il padre di Dante,
addirittura era Socialista e portava la Berretta sulle ventitré come segno di dissenso e si racconta che
una volta per poco non viene alle mani con un giovane Avanguardista che l'aveva
apostrofato dandogli del "sovversivo". Quando il sabato mattina i figli erano
costretti ad andare alle celebrazioni del famigerato "Sabato Fascista" Volturno
se ne stava a casa imbronciato e rattristato di dover sopportare questa
imposizione e si limitava a dimostrare tutto il suo dissenso ordinando ogni
volta ai figli: «
toglietevi quella roba di dosso!» al loro rientro a casa e riferendosi alle
divise di Balilla che Dante e il fratello Viscardo indossavano senza sapere
realmente cosa significassero.
Quando erano diventati piu'
grandicelli e avevano cominciato a capire, nessuno di loro ha cambiato opinione
e il Sabato sapevano ogni volta trovare una scusa plausibile per non essere in
mezzo ai consenzienti.
Con l'avvento della guerra, nel
1940, i quattro sono costretti a dividersi. Sono in età da servizio militare e
non possono sottrarsi al loro ruolo di difensori della Patria in guerra. Ognuno
di loro partecipa alle diverse "Campagne", chi in Africa, chi in Albania o sul
fronte Russo. Solo Dante, non si sa grazie a quali magheggi, riesce ad
imboscarsi al Distretto Militare di Pesaro.
Il rientro dalle disastrose
vicende belliche è ricordato da Uber con un atteggiamento di sconforto e di
tristezza. Il parlare della sua Pesaro attraverso gli episodi dell'infanzia e
delle scorribande con gli amici l'aveva fatto tornare a ricordi piacevoli e
spensierati.
Ma l'epoca sucessiva all'8
Settembre 1943, giorno dell'Armistizio, risveglia momenti terribili nella mente
di Uber. Orrore, distruzione e miseria, ma soprattutto l'atmosfera dei sospetti
e delle epurazioni, la paura di essere tra quelli braccati per avere solo fatto
la guerra gli tornano alla mente come momenti vissuti con eccessiva sofferenza
che niente riuscira' a cancellare. Un breve ma intenso momento di commozione
strozza le parole in gola e Uber che non riesce ad andare avanti con i suoi
racconti.
Solo il riferimento al fatto che
tutti e quattro sono pero' sopravvissuti, fa tornare la serenita' negli occhi di
Uber che riesce a scacciare i brutti ricordi e ad andare alle vicende dal
dopoguerra in poi che riguardano la vita che ognuno di loro ha intappreso
mettendo su famiglia, lavorando e dandosi da fare per tirare avanti.
Di Dante, Uber ricorda quasi
tutto perche' l'amicizia non si e' alterata. Solo la frequentazione non e'
assidua e gli impegni quotidiani li tengono lontani, ma anche se si incontrano
sporadicamente e' come se non si fossero mai lasciati.
Ed è così che si ricorda che
Dante, in fondo, non era mai cambiato e quella sua esuberanza verbale che lo
aiutava ad agganciare le ragazze, da adulto si era avoluta in una esuberanza
sessuale che lo rendeva come insaziabile e sempre alla ricerca di relazioni e
trasgressioni che hanno segnato tutta la sua esistenza.
Sollecitato da Uber.... quando
Dante aveva due anni. La famiglia veniva da Fano. Volturno aveva sposato la Ines
perche' era rimasta vedova del fratello maggiore di Volturno, morto in
battaglia. Allora si usava cosi!
Da ragazzino Volturno aveva
cominciatao a lavorare al Molino venendo da Fano ogni mattina a piedi. In ogni
stagione e con qualsiasi tempo. A distanza di anni era diventato Vice Capo e
poteva permettersi il "lusso" di abitare in una casa decorosa e di assecondare i
desideri delle moglie di far studiare i figli fino alle scuole superiori. Pantano a quell'epoca era una zona
periferica non del tutto bonificata. Ma la parte della starda dove abitavano
loro era considerata meno povera dell'altra estremita' dove c'erano gli operai
semplici e quindi piu' poveri.
Nelle sere d'estate era usanza
starsene fuori dall'uscio di casa, seduti sulle panche o sulle sedie, a
ristorarsi un po' col fresco della sera. La gente, si sa come fa, una parola
tira l'altra e ci si mette a chiacchierare e ogni sera quel tratto di strada
diventava un "salotto" di conversazione.
Dante aveva circa sette anni
quando ha cominciato a inserirsi nel bel mezzo di quelle chiacchierate, magari
approfittando di una pausa silenziosa, raccontando delle storie fantastiche,
inventate sul momento, incantando tutti gli astanti.
"In un mondo lontano lontano
lontano lontano……. c'era un
elefante grande grande grande grande ……… con un testa piccola piccola
piccola ……. con delle gambe lunghe lunghe lunghe ……"
Ecco come esordiva. E poi
continuava e per momenti interminabili affascinava il suo pubblico che rimaneva
estasiato ad ascoltare questo ragazzino dalla cui fantasia uscivano immagini
fantastiche e surreali che fanno pensare ai quadri di Salvator Dali.
Il Conte Albani aveva la passione
della Liturgia Ecclesiastica. Ogni Domenica faceva venure il parroco della
Chiesa di S. Cassiano, che era il Vicario del Vescovo, a dire Messa nella
Cappella privata della tenuta del Miralfiore.
La Messa era celebrata con rito
Ambrosiano, con l'altare rivolto verso il pubblico come si fa oggi, e il
Celebrante era circondato da uno stuolo di chierichetti in perfetta tenuta.
Viscardo, che era il piu' grande era il Presbiterium, cioe' il capo di tutti
chierichetti che erano distinguibili, dal colore della stola, a quale categoria
appartenessero. Dante, grazie alla sua voce canora e intonata, era il capo dei
Cantores.
Presso l'oratorio inoltre si
faceva del teatro. Farse, commedie e recite di vario genere erano rapresentate
quasi regolarmente. I ragazzi venivano istruiti dai frati e il pubblico era
rappresentato dai parocchaini.
Dante era diventato il beniamino
del pubblico e la gente lo riconosceva per strada e lo indicava col nome del
protagonista della commedia.
(Non poso trattenermi dall'avere
un senso di rabbia se penso ai giorni attuali e alla televisione, che invece di
moltiplicare le occasioni di crescita dei ragazzi li rincretinisce con le
idiozie intervallate dalla pubblicita'.)
INTERVISTA ALLE SORELLE MARIA E
FRANCESCA
INTERVISTA A CATERVO
CANGIOTTI
INTERVISTA AL GENERALE
BALDELLI